Andata e ritorno

Chiamiamo stazione una grande distesa d’asfalto scolorito dal sole. Un poligono irregolare da milleottocento metri quadri, ché ci vuole lo spazio per le manovre dei pullman, per gli uomini con le pettorine catarifrangenti che gravitano attorno ai mezzi, lo spazio per le sigarette degli autisti e quello per i passeggeri.
Questa è l’unica provincia d’Italia senza il treno. Se non hai un’auto o una moto, né qualcuno che ti possa accompagnare alla tua destinazione, è da qui che devi partire.

Il lato sinistro del piazzale è percorso da un muro basso sormontato da una ringhiera. Negli anni si è arrampicata sulla ringhiera una robusta e florida pianta d’edera. Oltre il muretto e l’edera, una palazzina divisa in appartamenti affaccia le sue camere sulla stazione. Spessissimo ho immaginato i balconi come le logge del teatro dell’umano, e sul palco d’asfalto e cemento gli attori del quotidiano, di una commovenza normale e universale, che sono gli uomini e le donne quando stanno per partire o sono appena rientrati.

Il lato destro è riservato ai parcheggi dei pullman, le corsie. Ce ne sono nove, e sono separate da lingue di cemento come fiordi, marciapiedi larghi un metro e mezzo e bordati di giallo e nero. Si staccano dalla massa grigia dell’area pedonale e si riversano sul mare d’asfalto sbiadito, territorio riservato ai pullman blu. Su queste passerelle strette di solito stanno le persone che aspettano, i futuri passeggeri – ma solo quando il loro autobus si sta avvicinando.
Il restante tempo dell’attesa, quello fatto di anticipi, attese e ritardi dei mezzi, si trascorre a ridosso del muro di contenimento, sotto le pensiline. Quella è l’area pedonale. Ci sono cinque panchine in acciaio e quattro cestini per l’immondizia. Cambiano di rado le buste, quindi i rifiuti strabordano e cadono ai piedi dei contenitori. Il pavimento è macchiato, così come il muro. So bene perché.
Lungo le pareti color mattone, a due spanne da terra comincia una banda unta e scura, nerastra, alta una quindicina di centimetri. Essa corre lungo tutto il muro perimetrale del lato destro della stazione, dalla biglietteria in poi. Sono i segni delle suole delle scarpe, poggiate contro il muro dai ragazzini dei paesi del circondario. Esiste una posa tipica: spalle ferme contro la parete, giacca poggiata addosso, braccia libere fuori dalle maniche e mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni. Una gamba salda sul terreno, inclinata in modo che la schiena non sia a contatto con il muro, e l’altra piegata come un sostegno. E, come dicevo, fondo della scarpa aderente all’intonaco.
Non so se sia una questione antropologica o logistica: magari se aumentassero i posti a sedere le cose cambierebbero.

Il lato dell’ingresso, non visibile dalla strada né dall’ingresso, è dedicato agli spazi dei servizi: una finestra scorrevole dà su una stanza con un tavolo e un telefono. Sul tavolo ci sono cumuli di biglietti, una cassa non fiscale, depliant promozionali. Alle pareti foto di destinazioni turistiche sarde. Questa è la biglietteria. Dentro c’è sempre lo stesso quarantenne annoiato e astuto. Se l’azienda regionale dei trasporti non ha nessuno a cui pagare lo stipendio per la vendita dei biglietti, allora mi invento questo lavoro e ci vado io – si è detto. E non ha fatto male, dico io, in un posto da cui puoi andare via solo in pullman.
Accanto alla finestra della biglietteria ci sono i bagni. Due porte e due insegne, con loghi annessi: maschile (omino) e femminile/disabili (donnina stilizzata e sedia a rotelle). Se vuoi ricostruire i litigi di metà dei paesi del centro-Sardegna, leggi le scritte sui muri. Amori, faide e maldicenze.
Poi, dopo la bacheca fittissima di orari e corse, due stanze buie, con le finestre sbarrate. Un tempo erano salette d’attesa, con decine di poltroncine in blocchi da cinque. Sono ancora lì, ma non si possono più usare. Non so cosa sia successo.

Sul fondo del piazzale c’è l’ingresso per i pullman che arrivano dal deposito, o da altri angoli di Sardegna.
Dal cancello per i pedoni all’ingresso per i mezzi è tutto asfalto, in linea retta. Uno di fronte all’altro: tu entri e vedi il cancello vuoto, o i pullman arrivare.
Oltre lo spiazzo c’è una via stretta, sulla quale si affacciano le case popolari. Le loro sagome sovrastano la stazione e movimentano l’orizzonte: solidi irregolari disordinati con cura su un panno azzurro. Senza di loro, sarebbe stato solo il grigio bruciato dell’asfalto, sotto il cobalto del cielo. Una cosa minimale e di forte contrasto.
Questo però non è un posto per minimalisti.
La stazione è un luogo complesso. È così larga perché deve ospitare le intenzioni, le speranze e gli abbandoni di chi parte; il sollievo, la consolazione e la meraviglia negli sguardi di chi torna. Ogni ricordo legato ad ogni oggetto contenuto in ogni valigia, ogni sensazione donata da ogni canzone ascoltata in ogni paio di auricolari.
Ogni chilometro di mondo sotto ogni paio di scarpe consumate, ogni banconota senza patria, arrotolata sul fondo di ogni calza, ogni complicata lacrima, ogni unghia morsicata, ogni mano che saluta chi rimane.
Ogni libro, con ogni accadimento e ogni storia, in ognuno degli zaini di ognuno dei ragazzi che qui arrivano la mattina presto e da qui ripartono, arrivando in ritardo al pranzo con la propria famiglia.
Ci devono stare, dentro questa stazione, ogni africano e tutta l’Africa di cui è custode; ogni anziana insieme alla sua lunga vita; tutta l’aria che serve per recuperare le forze, dopo mille curve su strade antiche e mozzafiato; ogni disperato che parte con una valigia vuota, ché non c’è nulla da ricordare della vita che lascia.

È uno spiazzo in asfalto delimitato da muri sporchi. Sopra c’è il cielo, dentro le esistenze, accanto i balconi degli spettatori.
Quando ci incontravamo qui, una decina d’anni fa, era per andare al mare e ubriacarci attorno ai fuochi clandestini sulle spiagge. Tornavamo il giorno dopo, stanchi e bruciati dal sole, la maglietta impigliata al sale cristallizzato sulla schiena, la sabbia finissima fra le infradito e i piedi. Camminavamo e restava per terra un po’ della nostra giovinezza, in granelli sottili. Adesso, ogni volta che passo dalla stazione, penso che qualcosa di noi sia rimasta impigliata nell’aria. Eravamo giovanissimi e felici, ce ne fregava niente di non avere il treno.
Non è un posto che diresti bello. Perché la bellezza è una cosa semplice. Belli eravamo noi, e la stazione era una salvezza. La salvezza, vedi: quella sì che è una cosa complessa.

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