Gigi è antifascista

Gigi è un amico mio, ci conosciamo da abbastanza tempo da poter dire sempre. So bene come la pensa, su molte questioni. Gigi è uno che parla solo se glielo chiedi, e solo di argomenti sui quali ha potuto informarsi. Se rischia di passare per stupido, meglio sta zitto. Se mi permetto di riportare sul mio blog le sue idee è perché lui me l’ha chiesto, perché dice che lui internet lo odia, ma in fondo vorrebbe poterlo usare per dire la sua su alcune questioni – solo su alcune, e solo su quelle che reputa importanti.

Anche Gigi è sardo, come me. Gigi è antifascista, quanto e più di me. E oggi mi fa Diglielo, a quegli schifosi di fascisti. Scrivilo, su quel tuo sito, cos’hanno fatto e cosa dimostrano costantemente di essere. Lo legge qualcuno il sito tuo? Gli ho risposto Pochi, Gi’, ma qualcuno sì. E lui mi ha detto Non importa, almeno a quelli glielo diciamo, che a parlare male dei fascisti si fa sempre bene.

Avrete letto dello striscione, no? “Sardinia no est Africa”. Gigi si riferisce a questo. In qualche circoletto fascista si sono organizzati per realizzare una scritta a effetto, stile Duce, font ultrà e colori forti. Una roba scritta in grande, per i disgraziati appena sbarcati sulle coste di un’isola che tutto è tranne che felice. Come per dire: non vi vogliamo.
Gigi mi ha detto tre cose, appena l’ha letto. Poi mi ha chiesto di riscriverle, ed ecco qua – mi sforzo di usare le sue parole:

Uno. Io credo che il problema di questa gente sia l’ignoranza, magari non sono neanche tutti cattivi. Sono stupidi e vuoti, come buste di plastica piene di vento. Gonfi e tronfi, convinti di volare, e invece sono fatti di niente. Cosa credono? Oggi finiscono sul giornale e magari, poveretti, sono convinti di avere lasciato un segno. Sai cosa credo io? Una volta un piccione mi ha cagato il cappotto nuovo, e il segno è rimasto. Credo sia lo stesso. Vedi come fanno? Prendono un motto buono, la sentenza di un popolo, un ideale, e siccome non lo capiscono si mettono a modificarlo. “La Sardegna non è Italia”. E dire che è semplice: ci sono dei sardi che dicono al mondo: siamo un’altra cosa. Lo dicono in sardo. E nei circoli fascisti, non so se lo sai, il sardo mica si parla. Roba da grezzi, lontani dalla purezza della razza italica. Però oggi il sardo va bene, oggi possiamo dire di essere Sardegna, e di non essere qualcos’altro – avrà gridato il caposquadra di turno. E tutti: sì, grande! E via, aria che gonfia la busta vuota, e a volare, e a volare, a volare. Questi, mi ha detto Gigi, dovrebbero farci pena. Questi non meritano neanche spazio. E questa è la prima cosa: non diamo spazio agli stupidi, che poi ci instupidiamo tutti.

Due. Penso però che i cattivi siano più dei buoni, in mezzo a quelli. Se hai il cuore e le palle di sbattere in faccia a una mareggiata di disperati una scritta che cerca di mandarli via, allora tu non meriti neanche di respirare la mia stessa aria. Io non dico fare qualcosa, mi fa Gigi. Tu puoi marcire nel bassifondo di esistenza in cui latiti, a parlare della marca dei prossimi stivali che comprerai e del manico dei coltelli che rifarai, e fregartene della quotidiana devastazione dell’umanità, dell’umano, del vivere comune. Tu sei un indifferente, e io ti odio, ma pazienza: non cambierai. Però se il tuo interesse diventa grande solo se si trasforma in questo, ripeto: non te la meriti, una terra come la mia sotto i piedi. Se tu non sai del mare, se tu non sai del male, se tu non sai cos’è la fuga, se non capisci la fame, se sei sempre stato al sicuro, se non comprendi il dolore: vattene tu. E quindi, la seconda questione: facciamo che siano loro, a sentirsi fuori posto, ché questa terra è la terra degli ultimi.

Tre. C’è un rischio, in quest’operazione. Al di là del fatto che qualcuno li ascolterà, com’è sempre stato. Quindi dico al di là della cattiveria e dell’ignoranza. Il rischio è per noi, per me e per te, che la pensiamo in maniera diametralmente opposta. Dimmi: cosa avresti voglia di fare? Mi verrebbe voglia di aspettare che ne appendano un altro e di spaccare le loro teste con una spranga, gli ho detto – o una roba simile. E Gigi mi fa Anch’io, e questo non va bene. Perché noi siamo meglio di loro, e fargli violenza è come dargli ragione. È come rincorrere il volo disarmonico delle buste vuote, come dare un senso agli stivali che hanno appena lucidato, assomigliare loro. Io non sono così, tu non sei così. Se tu sai cos’è la paura, e sai com’è scappare, e sai cos’è speranza, se sei un essere umano: allora anche tu aspetti di vederne uno, di quelli che dovevano leggere appena scesi dal barcone, magari orfano o magari vedova, e gli dai da mangiare e gli sorridi e gli dici Benvenuto a casa. Quindi, per concludere, la terza cosa è la più importante: il mio essere antifascista non è solo andare contro i fascisti, ma contro i loro fascismi. Deprecare i loro metodi, schifare la violenza, trasformare l’odio in riscatto, la paura in amore. Far trovare ognuno di loro fuori posto, inadeguato, inopportuno. Che si guardino intorno e realizzino il niente che valgono.

Le puoi scrivere queste tre cose? mi fa Gigi. Sì che le scrivo. Non è che la gente poi si annoia e smette prima della fine? Se smettono non fa nulla Gi’, sono cose da dire con calma e per intero, vuol dire che la prossima volta le scrivo meglio.
Grazie, mi fa.

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