Un sapore buono

Che si potesse apparecchiare con quella cura, l’ho scoperto a casa dei miei suoceri. Vigilano – e il mio fidanzato, loro figlio, con loro, sulle lame dei coltelli (rivolte verso il piatto, sulla destra di questo), sulla posizione dei bicchieri, sulle pieghe dei tovaglioli. Non è contemplata la possibilità che un piatto fondo appartenga ad un servizio diverso da quello del piatto piano. Dunque: piatti bianchi, leggermente ovali, in ordine. A sinistra la forchetta, a destra coltello e cucchiaio. Sopra, il tovagliolo. Il tovagliolo quadrato piegato lungo la diagonale. La piega verso l’esterno, mai verso i piatti.

Per quanto in casa mia siamo ordinati e meticolosi, non mi aspettavo che un pranzo informale potesse trasformarsi in un esercizio compositivo così elegante.

Non sapevo, e in tutta onestà non immaginavo, di poter ritrovare tanta dovizia in un pranzo del martedì. Temevo quasi di ritrovare le tagliatelle nel mio piatto disposte in ordine crescente per lunghezza e spessore, in una spirale geometrica perfettamente calcolata, in modo che non si ritorcessero mai su stesse.

Volendo però essere pignoli, come io so ben essere, la cura non era equamente distribuita fra tutti gli elementi della tavola imbandita. L’acqua, in una tavola così ordinata, può mica tenersi in una bottiglia di plastica? E il pane può essere spizzicato con le mani anziché essere disposto in fette democraticamente uguali in spessore e dimensione? Il collo della bottiglia del vino, stretto dentro il nodo di un tovagliolo di carta per evitare lo sgocciolio sulla tovaglia, si può tollerare? Molte cose non andavano. Ciononostante, una severa regola di sottofondo, limpidamente percepibile, governava la tavola; una sottile linea di tolleranza separava la disposizione puntuale di piatti, posate, bicchieri e tovaglioli, dalla collocazione casuale del resto. Ero indecisa fra il sentirmi a disagio e il divertirmi. Aspettavo le tagliatelle.

Difficilmente avrebbero potuto deludere le mie aspettative. G. aveva cucinato più di una volta per me, nel mio appartamento da studente, e non ero mai rimasta insoddisfatta. Lui, con un budget ristretto, in una cucina sfornita, aveva saputo preparare eccellenti pastasciutte: avrà imparato dai suoi genitori, pensavo, e qui giocano in casa. Non mi sbagliavo. Avevano promesso tagliatelle con porcini e salsiccia: il profumo del condimento lasciava poco spazio all’immaginazione e confermava la mia idea di una famiglia straordinariamente capace ai fornelli.

Chiunque sia mai stato un buon ospite conosce la difficoltà di scegliere il regalo adeguato con cui rispondere all’invito. Io mi ero fatta consigliare da un’amica enologa, e dopo un breve scambio di battute avevamo eletto un Cannonau forte e liquoroso. Le tagliatelle erano ormai quasi cotte, la salsicca e i funghi mescolavano i loro aromi nella padella di ceramica appena rimessa sul fuoco, pronti a rivoluzionare il sapore della pasta all’uovo. Seduta al mio posto, simulando la disinibizione sempre attesa e mai presente dei primi incontri importanti, pensavo al vino. Temevo che non andasse bene, o che mi avrebbero potuto chiedere di stapparlo – e irrimediabilmente l’avrei rovesciato macchiando la tovaglia, lo sapevo già; speravo che tutti bevessero alcolici – ma tanto lo so, mi sono dimenticata di qualcuno che prende farmaci o qualche astemio, lo so, mannaggia a me e ai regali improvvisati all’ultimo momento, lo sapevo che ci voleva più tempo.

Intanto mio suocero scolava le tagliatelle avvolto dal vapore, in un gesto preciso e conosciuto; le saltava in padella con il condimento ben caldo, le mescolava energicamente e rompeva ogni formalità posando la pentola al centro del tavolo, facendosi spazio fra piatti e bicchieri, disfando la composizione armonica dell’apparecchiatura, da lui tramandata e pretesa.

Poiché oggi posso parlare con dovizia di particolari di quel giorno, è facile comprendere che fu una giornata indimenticabile, la prima di tante.

Le tagliatelle erano come me le aspettavo – come tutti le vorrebbero: buone. Non rispondevano a nessun ordine geometrico che non fosse la forma ovale del piatto bianco in cui erano contenute, ed erano disordinatamente bellissime. Ma la bellezza è effimera, si sa, e ebbi giusto il tempo di osservare i colori autunnali della salsiccia e dei funghi, sul giallo chiaro della pasta fresca interrotto ogni tanto dal verde del prezzemolo fresco aggiunto dopo la cottura. Poi cercai la forchetta con la mano destra, a destra del piatto, e sorrisero mentre le mie dita indugiavano fra cucchiaio e coltello. Risero bene, però, con me e non di me: per questo risi anch’io. Poi spostai la mano alla sinistra del piatto, trovai la forchetta e cominciai a mangiare, con il sapore delle risate ancora sulla bocca. E forse loro erano bravi a insaporire di sorrisi i piatti già pronti, più che a cucinarli. Perché io ricordo precisamente la gioia sincera di affacciarmi su una famiglia buona, ma non altrettanto bene il sapore buono delle tagliatelle.

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