Restiamo umani (cit.)

È stato detto e scritto molto sulla non-indignazione nei confronti dei morti siriani
(kenioti, nigeriani, iracheni, palestinesi e via dicendo), rispetto a quanto l’Occidente ha dimostrato invece di indignarsi, dispiacersi e arrabbiarsi per i morti degli attentati di Parigi.

Molti ritengono che sia ingiusto, o quanto meno incoerente, indignarsi esclusivamente per i morti che ci stanno vicini. È certamente vero che, in mezzo ai tanti indignati per davvero, ci sarà qualcuno ben inserito nella scia degli indignati a tutti i costi, e che in realtà non vedeva l’ora di sentirsi più buono degli altri. Credo sia banale contemplare questa possibilità, e sciocco non tenerla bene in considerazione. Ma qualcuno indignato per davvero c’è.
A me non interessa apparire buono a tutti i costi, ad esempio; e mi allontano quanto più possibile dalle mode passeggere che nascono puntuali dall’effimero interesse per i fatti di cronaca più sconvolgenti.
Ma mi indigno comunque, di fronte a certe posizioni.

Sia chiaro: la serie di attentati di Parigi ha del terrificante. Sapere che i terroristi sono così vicini fa paura, conoscere la loro gelida capacità devastante getta nel panico. Hanno saputo colpire nella maniera più potente molti nervi scoperti: tutto questo è terrificante, e lascia spazio a una grande angoscia. Questo dev’essere ben chiaro.

Resta però la domanda: perché piangere solo le vittime francesi? È un fatto di appartenenza? Appendiamo il tricolore francese in tutte le sue forme ovunque, preghiamo per Parigi, condividiamo immagini struggenti del 13 Novembre perché anche noi siamo un po’ francesi? Perché abitiamo nella stessa Europa? Perché in fondo ci riconosciamo nello stesso sistema di valori francese, europeo, occidentale, capitalista? Detto così sembra che una motivazione del genere basti eccome.

Per me esiste un altro punto di vista, ed esiste in un modo specifico. Appartengo ad altre categorie, più ampie e importanti. Sono un essere umano di cultura media, figlio fortunato di due lavoratori onesti, cittadino di uno Stato di cui non riconosco la validità storico-politica, appartenente a un popolo ancora incapace di determinare il proprio destino. Un essere umano, e questa è la mia categoria di riferimento. Ho i mezzi mentali per comprendere dinamiche relativamente complesse, come ad esempio quelle della guerra attualmente in corso. La mia morale mi impone lo sforzo di espandere il più possibile la mia empatia nei confronti di ogni altro essere umano. Il modo in cui esiste un altro punto di vista per l’indignazione, è un modo regolativo.

Dovrebbe esistere una regola morale capace di suggerirci empatie più ampie. Esiste, di fatto. È semplicemente dimenticata e inascoltata. Essa ci propone di utilizzare i nostri mezzi intellettivi e morali per indagare la storia e i suoi processi, propone di relativizzare la propria posizione nel mondo e nel tempo. Un punto di vista regolativo è ciò a cui si deve tendere. Un’idea di questo tipo è di difficile raggiungimento e comprensione (nel senso originale del cum-prendere, prendere insieme, nella sua interezza, fatta propria), ma esiste, regola, migliora. Questo punto di vista non è il mio, e in fondo credo che possa esistere solo nella sua forma ideale pura.
Da questo derivano due possibilità di errore: la prima ignora completamente l’esistenza di un’empatia universale, la seconda finge di farla propria interamente.

Non si può piangere per tutti i morti ammazzati del mondo: questa è ipocrisia. Né si possono ignorare tutte le tragedie del mondo: questa crudeltà non esiste.
A questo punto, se l’empatia estesa esiste solo come possibilità ideale, qual è il senso della sua esistenza? Qual è il metro di valutazione dell’indignazione, del pianto, della tragedia?

Come ogni idea regolativa, questo punto di vista mostra una direzione. Fa appello al nostro senso di umanità, bussa alle porte della sensibilità e ci mostra il dolore in ogni forma e in ogni luogo, scuote la coscienza bisbigliando al nostro orecchio le nostre responsabilità, ipocrisie e paure.
È normale provare più dolore per chi ci è più vicino. Non è necessariamente una cosa buona, però. È vero che non si può sindacare sulla giustizia dei sentimenti, ma forse sulla loro bontà è doveroso riflettere. L’empatia è una questione morale, e in quell’ambito vanno collocati tutti i tentativi di comprensione, le proposte e i dibattiti. Non parlo di giustizia.
Non è ingiusta, la noncuranza con la quale la nostra coscienza liquida le vittime delle tragedie lontane, ognuno si indigni per quello che lo colpisce maggiormente. Non occorre trasformare l’indifferenza per i bombardamenti in Siria in una colpa dell’anima. Non dico questo.

Però, se fossimo (tutti) un po’ più umani di quanto non siamo, forse si porrebbero le basi per un piccolo cambiamento. Se tutte le vittime ci facessero la stessa pena, se ogni crimine contro ogni innocente ci facesse male con la stessa forza, sarebbe facile identificare i colpevoli delle tragedie che viviamo. Indirizzeremmo forse la nostra rabbia verso le persone giuste, e non sarebbe poco.
I gesti pubblici di indignazione, se prendono una posizione specifica, escludono. Sono convinto che non tutti coloro che hanno pubblicato l’hashtag #prayforparis abbiano a cuore unicamente Parigi, e la Francia, e l’Occidente e il loro seguito. Probabilmente moltissimi hanno provato pena e dolore anche per le devastazioni in Medio Oriente.
Ma dall’esterno si percepisce una direzione univoca dello sdegno e del dolore, una sola preoccupazione, un’empatia pericolosamente ristretta.
L’invocazione ad un’empatia estesa definisce invece i limiti fra noi e loro. Fra i musulmani e i terroristi, fra le vittime e i carnefici, fra gli scopi reali del Califfato e quelli inventati dall’ignoranza.

Io non sto con Parigi e basta. Prendere pubblicamente posizione a favore di uno solo esclude automaticamente (pubblicamente) tutti gli altri.
Considero nella stessa misura ogni tragedia causata dallo stesso potere sbagliato: è sicuramente troppo poco, ma mi aiuta a definire i colpevoli. Una solidarietà identica a tutte le vittime implica una presa di posizione precisa: contro il terrorismo, contro il potere, contro la violenza e l’assenza di dialogo. E dalla parte di tutti gli altri.

Se attaccassero una base in Sardegna mi farebbe più male di quanto me ne abbiano fatto i sette attentati di Parigi, questo è fuori discussione. È casa mia, certo che fa più male. Vorrei sentire tutte le vittime del mondo vicine a me e al mio dolore. Vorrei sentirmi parte degli umani che patiscono un sopruso, essere incluso in una comunità di violentati e sconfitti. Credo che lo vogliano allo stesso modo in Siria, e in Nigeria, e in Ucraina, e in Palestina; e a Parigi, certo.

So di non riuscire a voler essere vicino a tutti nello stesso modo, ma credo di dovermi sforzare, e che questa sia la soluzione all’inumanità che striscia avanzando nel nostro mondo malato.
È uno sforzo di volontà, la ricerca di un’adesione morale nuova. È un piegamento della natura umana, ma è il progresso di cui abbiamo bisogno.

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