Marrone

C. viveva nella villa più grande del paese. La sua era una
famiglia ricca abbastanza per dare da mangiare tutti i giorni a tutti e sette i
figli, e generosa abbastanza da condividere l’abbondanza con i vicini di casa.

Quando dico villa non esagero: una bellissima struttura in
pietra, con infissi in quercia e cancelli di ferro battuto. Circondata da un
enorme giardino, nel quale trovavano spazio anche un orto, un pollaio e una
voliera. Spesso i fratelli di C., che era il più piccolo, passavano le sere
d’estate a cantare nella veranda sul retro, e le loro voci riempivano l’aria:
quello era il segnale della festa. Gli altri giovani del paese allora
raggiungevano la famiglia di C., e le notti estive volavano così: accompagnate
dal canto e irrorate di vino. La famiglia di C. sapeva farsi voler bene.

Il paese viveva serenamente, i bambini erano tanti, pioveva
in abbondanza.

Poi anche da noi spedirono le cartoline. Arrivò la guerra.
Non importa dire quale, le guerre sono tutte uguali. Come tutte, infatti, portò
via dal paese le forze migliori, inventando orfani e vedove. Il padre di C. non
partì, lui una guerra l’aveva già combattuta. L’aveva vinta, ma aveva perso la
gamba destra. E neanche C. partì, aveva appena otto anni.

Dalla casa accanto alla loro partirono in quattro: padre e
tre figli, il più piccolo aveva poco più di diciassette anni. Restarono la
madre, M., e V., che allora cominciava a camminare.

Una notte, prima di dormire, C. parlò con suo padre.

– Figlio mio, non c’è da preoccuparsi. La guerra finirà
presto, i tuoi fratelli sono forti, le tue sorelle qui ci stanno dando una
grossa mano, e io e la mamma sappiamo cavarcela. Non voglio che ti spaventi,
voglio che ti concentri.

C. annuì, con gli occhi vispi e la punta delle dita che
sbucavano da sotto le lenzuola.

– Su cosa? Chiese incuriosito.

– Sui nostri vicini. Hai visto V.? Muove oggi i primi passi,
sua mamma è sola. Per loro è molto difficile sopravvivere, e per noi è
difficile aiutarli – sono persone orgogliose. Voglio che ti concentri su
questo. Non farmi domande: ti chiederò di aiutarli e tu mi obbedirai. Posso
fidarmi?

– Sì. rispose, anche se faceva fatica a comprendere.

– Lo sapevo. Buonanotte. Lo baciò sulla fronte e spense la
luce.

 

C. trascorse la mattina seguente ad aiutare sua madre
nell’orto. Le parlò della chiacchierata della notte precedente, e le chiese se
ne capisse il senso.

– Credo di aver capito, sì. Gli disse. – Ma se per te è
complicato, non scervellarti. Obbedisci a tuo padre, capirai a tempo debito.

La madre non aveva ben finito di parlargli che C. si sentì
chiamare.

– C., vieni. Ho bisogno di un favore. Il padre parlava con
un tono eccessivamente alto. Abbiamo finito il prezzemolo, ho bisogno che ne
chieda un mazzetto alla signora M.

C. lo raggiunse di corsa: – Non sono sicuro di aver capito
bene. Mi hai chiesto di recuperare del prezzemolo dalla signora M.?

– Sì, per favore. Voglio che vada da lei e le chieda un
mazzetto di prezzemolo. Scusati per il disturbo e spiegale che senza il suo
prezzemolo non potremmo preparare il sugo per la cena di stasera. Una volta
ricevuto il prezzemolo ringraziala e torna qui.

– Ma padre: abbiamo tantissimo prezzemolo nel nostro orto!

– Eravamo d’accordo diversamente, ragazzo, non ricordi? Hai
detto che mi sarei potuto fidare.

– Non capisco. Replicò.

C. cominciava a innervosirsi. Si sentiva preso in giro.

– Capirai a tempo debito. Ora va’, su.

 

Camminò a passo spedito e con i pugni stretti lungo i
fianchi, nervoso e convinto di essere stato raggirato. “Va’ e prendi il
prezzemolo: ma cosa credono? Sono convinti che non sia in grado di capire di
cosa c’è bisogno in casa nostra? Questo sarebbe il compito: recuperare un mazzo
di prezzemolo!”, “Ci sono chili di prezzemolo in quell’orto, l’ho
visto con i miei occhi. Tutto per illudermi di non essere inutile. Lo so, non
sono fondamentale. Ma se non c’è nulla da fare, basta non farmi fare nulla.
Anziché inventarsi queste stupide storie”. Questi e altri erano i pensieri
di C., che in pochi minuti raggiunse la vecchia casa della signora M.

Le chiese il mazzetto che il padre aveva richiesto, e fu
invitato ad entrare. Affacciandosi alla porta non poté fare a meno di notare le
condizioni in cui i suoi vicini di casa erano costretti a vivere. V. seduta per
terra rosicchiava un osso che aveva tutta l’aria di essere stato bollito a
lungo, con addosso un vestito macchiato, grigio dalla polvere. Sul tavolo
dell’unica grande stanza del piano terra un portafrutta ospitava due cipolle e
una testa d’aglio, su un foglio di giornale c’erano tre patate avvizzite.
Dentro il piccolo camino un cumulo di cenere e due tizzoni ormai consumati.

Mentre C. sprofondava in una tristezza sconosciuta, la
signora M. preparava un mazzo di prezzemolo molle e scolorito dal tempo. Lo
porse sorridente a C. e gli chiese se gradisse un bicchiere d’acqua. Lui
declinò educatamente l’invito, ringraziò sinceramente e salutò.

Mentre rientrava a casa rimuginava sul suo compito ingrato e
inutile. “Ma perché togliere a quella donna questo prezzemolo vecchio e inutile?
Noi ne abbiamo tanto, e buono, ancora da raccogliere. E lei non ha nient’altro
se non cipolle e patate.”

Arrivato a casa, andò da sua madre. Mostrandole il
prezzemolo rinsecchito, le chiese: – Io non ci capisco più niente, mamma.
Guarda cos’è stata costretta a darmi: è brutto e vecchio, non ci serve. Non è
più buono, ma magari lei l’avrebbe usato. E noi gliel’abbiamo portato via. Con
tutta la verdura del nostro orto, e con la possibilità che avremmo di
comprarlo!

La madre prese il prezzemolo dalle mani di C. e lo buttò
dentro il fosso che in quel momento stava scavando nel giardino.

C. sgranò gli occhi sconcertato.

Prima che potesse aprire bocca, sua madre spiegò: – Questo
prezzemolo non serve a noi, piccolo. Serve a loro.

Serviva a loro,
vorrai dire! Come hai pensato di buttarlo? Non hanno nient’altro da mangiare!

– Se tuo padre ti avesse chiesto di andare a prendere da
loro delle uova, cosa ti avrebbe potuto rispondere la signora M.?

– Nulla. “ Scusami, non abbiamo uova.”

– E del formaggio? O un pezzo di prosciutto?

– Mamma, in quella casa non c’è niente. Non so come V. e sua
madre possano essere ancora vive.

– Ecco. Se ti avessimo mandato a chiedere qualcos’altro, non
avrebbero potuto darti niente. La signora M. è in grossissime difficoltà, C.

– Ma a noi quel prezzemolo non serve! Perché mandarmi a
chiedere una cosa inutile?

– Adesso noi siamo in debito con la signora M. Lei ci ha
donato un mazzetto del suo prezzemolo, e ora potrà sentirsi libera di venire a
chiedere a noi qualcosa di cui ha bisogno. E noi glielo potremo dare, perché
dovremo restituire il favore. Ma tu dovevi chiederle qualcosa che lei avrebbe
potuto darti.

C. comprese in un attimo. La signora M. non avrebbe mai
bussato alla porta di casa loro a chiedere aiuto, anche se avrebbe dovuto. Ma
ora aveva tutto il diritto di farlo, e loro l’avrebbero potuta aiutare.

– Capisci, C.? Credi ancora di aver svolto un compito
inutile?

– No, mamma. Fece una pausa, poi riprese: – È molto
difficile aiutare la signora M.

– Un pochino. Ma un modo si trova, hai visto?

C. fece cenno di sì con la testa. Era stupefatto
dall’ingegno dei suoi genitori, felice per averli aiutati, preoccupato per V.
Tanto che, mentre tornava a giocare fece solo un paio di passi, poi si voltò
indietro verso la madre e chiese:

– Ma’, riusciamo a regalare un vestito nuovo a V.? Il suo è
talmente sporco che secondo me non tornerà più come prima.

– Riusciamo, sì. Certo che riusciamo.

– Per fare del bene un modo si trova sempre, figlio mio.

 

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