Rosa

La notte non è ancora conclusa e l’anziano signor N. già cammina per casa.

Scende lento e sicuro le scale che dalle camere da letto conducono al grande salone, affidandosi unicamente alla leggera pressione delle dita sul corrimano in legno della ringhiera. Indossa pantaloni di cotone troppo larghi e scoloriti, una maglietta sgualcita dalla nottata insonne, occhiali di corno, pantofole. Non solleva i piedi dal parquet, traccia rotte decise sul sottile strato di polvere depositata sul pavimento della sala. Tiene un telefono nella mano destra, con la sinistra si gratta la testa. Attraversa il salone nella penombra delle quattro e mezza delle mattine di luglio, trascinando i piedi stropiccia il tappeto. Giunto sulla porta della cucina si ferma, infila una mano oltre la soglia, cerca l’interruttore lungo il muro piastrellato, lo trova. La luce lenta di una lampadina a basso consumo rivela le forme della stanza. Il cono di luce proveniente dal lampadario illumina un tavolo apparecchiato per uno.

Ci sono una zuccheriera in ceramica, una tazza, un cucchiaino, due bustine di té, un limone enorme, del pane.

Poggia il telefono accanto alla tazza, gli occhiali accanto al telefono. Si gratta gli occhi con i palmi delle mani, strofina le lenti degli occhiali sulla maglietta, indossa gli occhiali e si dirige verso la dispensa. Torna indietro, prende fra le mani il telefono, non c’è nessuna chiamata, si dirige ancora verso la dispensa.

Sul fondo del mobile conserva gli amari e l’acquavite, nel ripiano centrale i cibi in scatola e quelli confezionati, in alto i biscotti e le confetture. Sceglie la confettura di fragole e i biscotti della signora T., ne prende tre.

Nel telefono non c’è nessuna chiamata, verifica mentre recupera il pentolino. Riempie l’acqua da una caraffa in terracotta dal manico sbeccato, è fredda. Apre il gas del fornello piccolo, sfrega un minerva e aspetta un secondo prima di posare il pentolino sulla fiamma azzurrognola. Il fiammifero lascia nell’aria un odore acre di fumo che sporca l’aria.

Intanto la notte, dietro i campi coltivati, lascia spazio a un giorno nuovo. Il signor N. sposta le tende della grande vetrata che dà sulla veranda e si siede sulla sedia impagliata ad aspettare: che l’acqua bolla, che il giorno inizi, che il telefono squilli. Guarda oltre la veranda, oltre il suo giardino, oltre i campi della signora T., verso l’orizzonte dietro le colline. Comincia a provenire una luce da est.

Si avvicina alla finestra un gatto nero, si siede e fissa il volto del signor N. fino a catturarne l’attenzione, fino a convincerlo ad aprire la finestra.

Il cibo di Grinfia è nel ripiano centrale, scatolette monodose. Sfiora le gambe del proprio padrone per ringraziarlo poi scivola fino alla ciotola, dove si accovaccia e in silenzio consuma il suo pasto.

Nel primo cassetto a partire dall’alto, accanto al lavello, ci sono le posate. Il signor N. sceglie un coltello, taglia il limone, ne mette due spicchi dentro la tazza sul tavolo, posa il coltello dentro il lavello, ripone il limone avanzato nel frigo quasi vuoto. Aggiunge tre cucchiaini di zucchero. Il telefono non squilla, l’acqua bolle, non è ancora giorno – ma quasi.

Perché il signor N. si ostini a fare colazione con té bollente persino in piena estate, non lo sa bene nemmeno lui. È sempre stato un abitudinario. E soprattutto adora il sapore del té, con tre di zucchero.

Immerge i biscotti fino a metà e li mangia, masticandoli con la calma di cui sono capaci solo gli anziani e le persone che hanno imparato ad aspettare. Si dà il caso che il signor N. sia anziano, e aspetti. Un giorno nuovo, una telefonata.

Spalma la confettura sul pane, due sole fette. La dolcezza delle sue colazioni è una consolazione.

Fuori, il cielo si è spogliato di tutti vestiti della notte ed è nudo di fronte agli occhi del signor N., che guarda la campagna e aspetta una telefonata. Spegne la luce, è sufficiente il sole chiaro del giorno appena cominciato.

Sparecchia la tavola, scuote la tovaglia sulla veranda e attira una decina di passeri.

La tazza, il cucchiaino, i coltelli, il pentolino, sono dentro il lavello; il signor N. svita il rubinetto, riempie il lavello d’acqua e immerge le mani.

Sul tavolo c’è soltanto il telefono. Squilla.

– Pronto!?

Non sapeva di potersi muovere ancora così in fretta, così come non pensava di poter ricevere una telefonata proprio nell’unico momento in cui aveva le mani bagnate. Ma certe cose non le aspetti mai abbastanza, e scelgono loro quand’è il momento giusto.

– Ehi, sono io. Ci siamo, è arrivata.

Non sapeva di avere ancora spazio dentro per tutta quella gioia.

– È-è arrivata?

Non sapeva di balbettare.

– Sì. Congratulazioni ba’, sei diventato nonno.

Non sapeva, non voleva, non pensava di piangere ancora, alla sua età.

– Ehi, ci sei? È andato tutto bene, stai tranquillo. Appena posso allontanarmi da qui vengo a prenderti e te la facciamo vedere, ha gli occhi scuri come i tuoi.

– Stanno bene tutte e due?

– Tutto benissimo. Tu come stai? Eri già sveglio?

– N-no, no. Mi ha svegliato il telefono, lo sai che per me è ancora presto.

– Scusami, è che volevo dirtelo subito.

– Che scusami, hai fatto bene! Senti: quando vai a registrare il nome di questa prima nipotina?

– Stamattina stessa: vieni?

– Certo, ti accompagno. E come…

– Aurora, come la nonna.

Non sapeva che si potesse essere così felici nonostante una mancanza.

– Non stai piangendo, vero?

– Pochissimo. Giuro, pochissimo. Ne sarebbe stata contenta, sai?

– Lo so. Hai visto che bella giornata?

– Ed è appena cominciata, figlio mio.

Non sapeva come, ad un certo punto, avesse smesso di ascoltare suo figlio e avesse cominciato a pensare alla vita di sua nipote.

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