Viola

J. è uscito di casa e non ha intenzione di tornarci. Ha sbraitato furioso contro sua madre, ha sbattuto la porta dell’appartamento, le urla hanno svegliato la dirimpettaia, una casalinga pettegola amante delle sigarette nazionali e delle caramelle all’anice. Si chiama Grace, ma tutti la chiamano signora Wilson.

J. ha sbraitato contro sua madre quanto fosse stanco di tornare a casa e trovarla ogni notte con un tossico nuovo, di quanto detestasse la puzza di alcol del soggiorno, e di quanto piene ne avesse le palle della televisione accesa a tutto volume, dei cibi surgelati, delle bollette non pagate, dell’acqua calda un giorno sì e uno no. Di tutto quello schifo, di quanto poco sopportasse di doversi comportare da genitore di se stesso, di quanto odiasse il destino maledetto che gli aveva strappato il suo, di padre, quello vero, dalla sua vita. La signora Wilson ha sentito tutto, e non ha cambiato espressione; perché i pettegoli ascoltano per il semplice gusto di farlo, senza provare emozioni, se non nel rivelare a qualcuno ciò che hanno scoperto di qualcun altro.

J. ha sbattuto la porta dell’appartamento, e prima ha strattonato la manica del suo giubbotto in pelle, logoro e consumato sui gomiti, per staccarlo dall’appendiabiti. È sceso giù per le scale di corsa, saltando i gradini, senza preoccuparsi del rumore, parlando a voce alta con se stesso, ripetendosi che mai più, adesso basta, come si fa ad andare avanti così. La signora Wilson ha acceso una sigaretta e si è affacciata dalla finestra del bagno piccolo, quello con la lavatrice, che dà sulla strada. Ha guardato verso il marciapiede sbuffando una nuvola di fumo denso, atarassica.

J. percepisce il peso di uno sguardo, mira verso l’alto e esplode: “Vaffanculo anche lei, signora Wilson!” Grace Odetta Wilson, per la prima volta nella sua vita, si vergogna della sua pessima abitudine. J. si dirige verso il parco, intenzionato a passare la notte sopra una panchina.

Si distende e guarda il cielo: nelle grandi città è pervaso da un alone arancione. È colpa dei lampioni, dei cartelloni pubblicitari, dei fari delle auto, delle schifezze che chiamiamo luci, e invece sono niente più che misere illuminazioni – la luce è qualcosa di più.
Dopo qualche minuto l’occhio si abitua, a forza di scrutare il cielo impara a riconsiderare quell’alone scuro, e ci trova delle forme. Le stesse da sempre, con nomi di eroi, di dei e di animali. J. ha gli occhi lucidi di rabbia e vede solo immagini confuse: aeroplani, nuvole, fumo. Non è la prima volta che scappa di casa, e in cuor suo sa che non riuscirà a stare lontano da sua madre troppo a lungo. Ma questa volta è più difficile. Questa volta è stanco, ed è solo, e sente di odiare tutto e tutti – soprattutto se stesso, perché sa di non saper neppure odiare, in fondo; e sa che non troverà mai la forza di andarsene da quella vita miserabile.

“Ogni tanto scappo, dormo al parco, prendo freddo, la mattina sono di nuovo a casa.” – confida a se stesso.
“Oh, dormi spesso qua al parco? Non ti avevo mai visto.”

J. con un balzo scatta dalla panchina ed è in piedi, con una mano sul cuore e l’altra ad afferrare il suo zaino per uno spallaccio.

“E tu da dove cazzo vieni fuori? Ma sei impazzito? All’improvviso posi la tua mano del cazzo sulla spalla di uno che non conosci e decidi di parlarci. È normale, no?”

“Ehi ragazzo, dev’esserti successo qualcosa di terribile. Hai un’aria pessima, e il tuo linguaggio, lasciatelo dire, non è affatto da meno.”

“Tu sei completamente fuori di testa. Un altro spavento così e l’infarto è assicurato! Ma guarda un po’ se oggi mi ci voleva pure questo…”

“Niente più dormire fuori, cercare il Cigno e l’Orsa, bere alla fontana? Vai già via, Jabir?”

Jabir sgrana gli occhi, un brivido lo percorre dalla nuca fino alla punta dei piedi. Si volta spaventato e fissa lo strano individuo seduto sulla panchina che fino a pochi secondi prima era il suo letto. Ha le gambe elegantemente accavallate, fa ciondolare il piede sospeso, sembra non riesca a tenerlo fermo. Indossa un elegante abito di velluto, abbinato ad un panciotto. I capelli sono castani, raccolti in un crocchio. Scendono sul volto in due folte basette che incorniciano due occhi scuri estremamente espressivi, un naso a punta e una bocca che in un sorriso traccia due profonde fossette. Ha la barba incolta, ma nonostante questo dettaglio dà l’impressione di non poter fare a meno di curare al meglio la propria igiene personale. Porta un anello di una qualche lega poco pregiata, un orologio che ha tutta l’aria di essere rotto, un orecchino al lobo sinistro.

“Va bene, è stato un bellissimo scherzo. Giuro, me la sono fatta addosso. Però ora facciamo che tu mi dici chi sei e come sai il mio nome, io faccio finta di ridere della fantastica idea che tu e qualche altro simpaticissimo complice – probabilmente amico mio, avete architettato per spaventarmi a morte, poi tu te ne torni da dove sei venuto e io rioccupo il mio posto nella mia panchina.”
“Poi ti svegli e domani mattina torni a casa, giusto?”
“Ah, spii, pure?”
“Ti conosco.”
“Ok, te lo dico. Io detesto questo modo di fare plateale, che deve per forza generare tensione e suscitare sorprese. Falla finita, dimmi chi sei e basta. Oppure, sai cosa? Non me ne frega proprio di chi sei, da dove vieni e dove cazzo vai. Tanto me ne vado io.”
“Non ti piace la teatralità? Ho visto come sei andato via di casa, infatti. Il mio nome non è importante, in ogni caso.”
“Va be’, hai ragione. Non è importante. Ciao.”
“Conoscevo tuo padre.”

Jabir sapeva che quel momento sarebbe arrivato. Non quella notte al parco, magari; ma qualcuno, prima o poi, avrebbe parlato del suo passato e di suo padre così, all’improvviso. Aspettava quel momento, e pensava che tutta la frustrazione e l’ira accumulate in mesi di degrado, di povertà e di malessere, avrebbero confluito nei suoi due pugni, che un’energia incontrollabile gli avrebbe fatto stringere le unghie fino a fargliele conficcare nei palmi. Invece, mentre cammina a passo svelto verso l’uscita del parco, all’udire l’ultima frase di quello sconosciuto, semplicemente, rallenta fino a fermarsi.

“Potresti tornare indietro? Vorrei che mi ascoltassi solo per un momento.”

Jabir non muove un muscolo. Non aspetta, non ha paura, non piange, non è arrabbiato. Sembra sparire.

“È una cosa bella.”

Jabir si volta e cammina verso l’uomo in velluto. Nota che accanto a sé ha un cilindro, dentro il quale è possibile vedere il luccichio di un oggetto metallico. Cerca il suo sguardo.

“Ti prego, lasciami stare. Ho bisogno di passare una notte serena.”

“Ascoltami, solo per poco.”
“Se io ascolterò quello che hai da dirmi, tu poi mi lascerai dormire?”

“Non ti devo parlare.”

L’uomo estrae dal cappello un’armonica a bocca. Indossa il cilindro e si alza in piedi. È lo spettacolo più eccentrico che Jabir abbia mai visto in vita sua.

Ma quando le gonfie guance dell’uomo si svuotano dentro lo strumento, e le prime note danno corpo al canto metallico dell’armonica, l’insieme della stravaganza di quell’uomo misterioso diventa la fedele riproduzione di ciò che di più elegante possa capitare ad un uomo che vive per strada. In piedi, nel suo completo consunto e stinto, a dare forma ad un’anima triste, pare essere il custode dei barboni, dei ladri, delle prostitute, degli ubriachi.

Suona con gli occhi chiusi sotto la luce calda di un lampione, e Jabir non sa cosa dire. Non sa cosa gli chiederà quando finirà di suonare, e non vuole che smetta di suonare. Perché quella musica è la cura migliore che la vita gli potesse dare in quella notte di stelle sporche di città. C’è dentro una danza di malinconia e nostalgia, e una bellezza impalpabile.

Sembra scritta per Jabir, la cui madre va via un po’ ogni giorno, e il cui padre è andato via in una volta sola.

Poi finisce. Jabir è seduto, ha le mani fra i capelli ricci, la bocca chiusa e fissa le sue scarpe senza vederle realmente, incantato da tutta quell’improvvisa serenità.

“Perché hai smesso?”

“Ti ho detto tutto ciò che avevo da dirti. È la mia musica, e non è tanto. Ma è anche tutto ciò che ho da darti.”
Ha un sorriso rassicurante e mani grandi di cui potersi fidare.

“Come hai conosciuto mio padre?”
“Ti fai troppe domande, ragazzo.”
“Cos’altro potrei fare?”
“Sdraiarti e guardare il cielo, ad esempio. Quella è l’Aquila, la conosci?”

Jabir osserva le costellazioni impigliate nel gigantesco tappeto che sovrasta la città.
Ci vuole un po’ di luce dentro, per trovare le piccole luci che ci sono fuori.

“Dove hai imparato a suon…?”

Scomparso.

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