Giovedì 12 Marzo – Farewell

(segue)

È un giovedì che volge quasi al termine, la casa è vuota: Chiara, Sara, Filippo e Marco sono appena usciti. C’è una festa in un locale del centro, musica dal vivo e chupito a un euro e cinquanta. È quella prima sera dell’anno in cui corri il rischio di non indossare il maglione e confidi nel clima favorevole, quella prima sera in cui fai cominciare la primavera. Al bar ci andranno tutti, un po’ per la festa un po’ per salutare Marco, che domani mattina partirà per tornare a vivere con la sua famiglia. Fanno così gli amici, si sforzano di rendere certe tue giornate indimenticabili.

 

La casa è sporca, fatta eccezione per la stanza di Marco. Nessuno si è curato di mettere in ordine: né Sara, sconvolta dall’improvvisa felicità per la salute della madre, né Chiara, che ha messo in pausa il mondo dopo aver superato l’esame. Né di certo Filippo, perché il suo turno è sempre e solo di domenica.

Marco sì, ha spazzato, lavato, lucidato i vetri, spolverato i mobili, rimosso i poster e imbiancato le pareti della sua camera. Ha svuotato un pensile della cucina e ritirato il suo spazzolino da denti e il suo bagnoschiuma dal bagno. Va via dall’appartamento prima ancora di partire.

 

La casa è ingombra: di scatole di varie dimensioni, di valigie, di oggetti.

 

C’è una grossa scatola di cartone, c’è scritto “Libri”. Dentro ci vivono Camilleri, Pennac, Hemingway, Hesse, Fante, Garcìa Marquez e Sepulveda. In un’altra scatola, più piccola, c’è scritto “Musica”. Dentro ci sono Aretha Franklin, Marvin Gaye, Bob Marley, Francesco Guccini, Ella Fitzgerald, Duke Ellington, Whitney Houston, James Brown e Fabrizio De André, insieme a tanti altri di svariata provenienza e personalità. C’è un televisore, posato sulla confezione di una consolle. Appoggiati al muro ci sono i poster, accanto a una collezione di cartoline, riposte in una busta di carta: Amsterdam, Lisbona, Budapest, Londra, Berlino, Vienna, New York e Buenos Aires. Nella stessa busta c’è una foto, scattata a Dublino, in cui Marco beve un bicchiere di Guinness e tiene abbracciata una ragazza con le lentiggini e i capelli rossi. Ci sono due grosse valigie in cui sono stipati pochi abiti invernali e decine di magliette, dei colori più disparati. C’è un sassofono, dentro la sua custodia rigida: Marco ha smesso di suonarlo da quando ha iniziato l’università. Nella scatola “Università” ci sono teoremi, integrali, funzioni, grafici e curve. Una calcolatrice, due squadrette e un goniometro.

 

La casa è silenziosa: ed entrandoci, la sensazione sarebbe quella di un incuriosito ascolto, come di una storia che sta per finire, raccontata dalle cose e dalle assenze. Senza dialoghi e senza neppure tristezza, una nostalgia che non è neppure iniziata e già riempie l’aria di vuoto. In fondo, percepire la serena consapevolezza che nulla potrebbe rovinare i legami e i rapporti di amicizia. Eppure quando una storia, una qualunque fra le infinite che si possono raccontare, finisce, dispiace sempre. In qualunque modo finisca.

 

Marco è allegramente brillo e circondato di abbracci, fra una decina d’ore partirà. Nel frattempo, in quella che ancora per poco può chiamare casa, degli scatoloni muti raccontano la fine di un capitolo della sua storia.

(continua)

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