Venerdì 6 Marzo – Mal di testa

 

“Ci sono giornate che sembrano progettate apposta per ricordarci quanto siamo gracili. Ci trasciniamo per abitudine appresso a desideri e obiettivi che si allontanano a ogni passo, sventurati pellegrini di un mondo senza certezze. E in più piove, e il tuo ombrello si romperà o peggio, il vento lo sventrerà e tu cercherai di aggiustarlo in mezzo alla strada, quando passerà quel ragazzo che hai notato e farai una pessima figura. Allora la tua giornata sarà definitivamente consacrata al malessere e alla disperazione.”

Questo pensa Chiara, di ritorno dalla biblioteca, con gli auricolari che suonano una canzone probabilmente sbagliata. Piove, in effetti. E ha ragione, cerca di laurearsi da più di un anno, inseguendo un sogno che sembra sempre più irraggiungibile. Anche l’ombrello, non reggerà questa pioggia. Ma magari sì, e allora non dovrà fermarsi ad aggiustarlo e nessuno la vedrà: nessuna brutta figura, solo la stanchezza di un giorno di studio intenso e i capelli fradici.

È sicuramente una canzone sbagliata, comunque. Troppo triste, probabilmente De André.

Di giorni così Chiara ne vive almeno una dozzina al mese. È preparata, sa che la depressione da mal di testa è normale. Per questo quando arriva a casa sa precisamente cosa fare.

Uno: condividere (riferire della propria stanchezza a Filippo che si rade, a Sara che si trucca e a Marco attaccato alla Play, già vestito di tutto punto e pronto per uscire).

Due: fare famiglia (Filippo non sa che camicia indossare, bisogna dargli un consiglio. Sara è preoccupata per la salute di sua madre, era anche oggi in ospedale, bisogna abbracciarla. Marco cerca ancora disperatamente un lavoro, bisogna almeno farlo ridere).

Tre: doccia.

Quattro: vestiti adatti e trucco.

Cinque: telefonata a casa (Mamma, esco. Ci sentiamo domani. La pioggia e il mal di testa? Eh, ma è venerdì. Non lo so se tardiamo, credo di sì. Al parco, suonano amici nostri. Mamma, devo andare).

“Ci sono posti che non riesci a sentire tuoi, finché non scegli di farlo. Casa è dov’è il tuo cuore. E qui, in mezzo a quest’umidità e questo caldo, anomalo per marzo; in queste luci distorte e la musica alta, con una birra in mano e Sara che canta a squarciagola, il mal di testa è lontano e casa molto più vicina. E di famiglia te ne costruisci un’altra provvisoria e vera, una in grado di aiutarti a vivere, in una città enorme che non può preoccuparsi di ognuno dei suoi figli adottivi, e si accontenterebbe di farti semplicemente sopravvivere.”

Chiara pensa questo, visibilmente brilla, alle due di notte, non più una goccia di pioggia. È una bella serata, e Chiara è una brava ragazza; è che pensa troppo.
Anche di venerdì, quando tutti ridono; anche quando ride lei.

È questa roba dell’università, lontana dal posto in cui sei nato.
Chiara cerca di capire tutto quello che ha attorno. Se capisci qualcosa sai come affrontarla, dice. Lo fa per difendersi.
Anche se, lo sa bene, spesso non c’è nulla da cui difendersi.

(Continua)

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