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Georges e Claire si erano fidanzati all’età di sedici anni, al Liceo. Georges aveva una Vespa, un giorno chiese a Claire se avesse bisogno di un passaggio verso casa. Lei disse sì. Sotto casa di Claire, lei gli chiese se si aspettasse qualcosa in cambio, a quel punto. Georges sfacciatamente disse sì. La stessa sera uscirono, si baciarono e si fidanzarono. Semplicemente, come da ragazzi.

Ora entrambi sono iscritti all’Università della loro città. Lui è una sorta di genio, ha voti altissimi senza impegnarsi troppo, ama follemente Claire e non dice bugie. Lei passa le giornate in aula a seguire le lezioni, è allenatrice di una squadra di minivolley, ha anche lei una Vespa e stravede per Georges. Passano molto tempo assieme, hanno le stesse amicizie, condividono tutto. Semplicemente, come per due che stanno insieme da anni.

Hanno un loro locale preferito, ci vanno quasi tutte le sere.

L’appuntamento oggi è per le sette e trenta: aperitivo sulla terrazza, vista mare.

Claire arriva a piedi, ha gli auricolari e cammina a testa bassa con le mani in tasca. Ha l’aria stanca. Georges le si accosta con la Vespa, le sorride e la bacia sulla guancia, perché la ama davvero follemente. Parcheggia, allaccia il casco al manubrio e la aspetta. Appena lo raggiunge, la prende per mano e insieme entrano nel bar. Salutano il proprietario, un educato signore sulla cinquantina, grasso e brizzolato, e camminano fino alla terrazza. Si siedono al tavolino, dove vengono rapidamente raggiunti dal cameriere.

Per me un Campari ghiaccio e arancia.

A me un Montenegro. Ghiaccio e arancia anche per me.

Cos’hai, sei stanca?

Sì, un po’. Non voglio fare tardi, infatti.

Pensavo volessimo andare al cinema, va be’. Facciamo domani. Lezioni pesanti?

Non troppo, oggi è andata abbastanza bene.

Bambini casinisti in palestra?

No, hanno fatto da bravissimi.

(È questa la prima volta in cui Claire e Georges non sanno cosa dirsi.)

A voi, signori.

Grazie.

Grazie.

A casa tutto bene? Come stanno i tuoi?

A posto, tutto a posto.

Perché non mi parli?

Non ho nulla da dire.

Potevamo starcene a casa, allora?

No, scusa, subito ti alteri. Stiamo insieme, ci beviamo questo aperitivo e poi torniamo a casa.

Io dopo rimango in giro, tu fai come ti pare.

(È questa la prima volta in cui, in quel locale, li vedono discutere.)

Dimmi cosa c’è, per favore. Non voglio passare la serata a saperti infastidita o triste, o nervosa.

Cosa vuoi che ti dica? Fattene una ragione. Sto un po’ così e basta.

Ma…è qualcosa che mi riguarda, che riguarda me e te?

Forse.

Ecco. Ma ci voleva tanto a dirmelo subito, anche accennarlo per telefono?

Ma non è nulla, che palle. Non volevo dirtelo per questo. Ora ti incazzi, o rimani preoccupato, non è niente.

Se sei così, qualcosa sarà. Guarda, fai prima a dirmelo. Lo sai che se no passo la serata a indagare e divento pesante.

Certo che lo so. So tutto di te. So dove vivi, cosa fai, cosa ti piace, cosa non ti piace, i tuoi sogni, le tue abitudini, il tuo cibo preferito, la tua paura più grande, so del tuo neo sul piede e so il colore del tuo spazzolino da denti. Ho 22 anni e so tutto di un uomo, che è stato l’unico della mia vita e che probabilmente resterà l’unico. Lo so, so tutto.
(Non lo dice con calma. Comincia piano e poi accelera, alza il tono della voce, diventa paonazza e pronuncia le ultime parole con pochissimo fiato, come se stesse per scoppiare in lacrime. In effetti, ha gli occhi lucidi.)

Georges dà un sorso al Montenegro e la guarda, per dirle:

È un problema di ora o ci stai pensando da un po’?

(È calmissimo, si ascolta mentre parla e pensa che quella potrebbe essere l’ultima sua chiacchierata con Claire, che tutto sta per finire. E non gli sembra possibile e neppure normale.)

Da un po’. Forse non è come prima, Georges. Forse mi sta passando.

Perché dici così?

Non lo so. Chiariamo, non ci stiamo lasciando: stai tranquil…

No no no. Possiamo pure lasciarci. Spiegami perché dici così e basta, poi vediamo.

È che tutto questo, tutto quello che siamo. Tutto lo stare insieme, subito, lo stare così bene. Non è troppo semplice? Non siamo troppo giovani? Ho paura che ci sfugga di mano.

(Georges è veramente un genio. Per questo finisce di bere il suo aperitivo con calma, e sentite cosa dice a Claire, che ama follemente.

Non voglio convincerti di niente. Parlerò tanto, ti chiedo solo di ascoltarmi e di fidarti: davvero, non ti voglio convincere.

Dimmi, certo.

Sai bene che a scuola non ho mai avuto problemi in nessuna materia. Sono sempre stato bravo in tutto. Solo a volte ho avuto dei piccoli problemi in matematica, ma perché non mi impegnavo. C’era un periodo, noi due stavamo iniziando a uscire, in cui le equazioni proprio non riuscivo a capirle. La cosa mi infastidiva e dava da pensare anche alla professoressa – tu magari non ti ricordi. In ogni caso, avevo deciso di sforzarmi di capirle. Non è stato facile, ma dopo un paio di mesi passati a cercare di risolvere equazioni su equazioni, ho imparato il meccanismo. Sembrava tutto sistemato, poi è arrivato il giorno del compito. Be’, io ero talmente abituato a risolvere equazioni complesse – perché era così che mi ero esercitato a fare, risolvendo le più difficili del libro degli esercizi – che l’equazione da risolvere al compito in classe mi mise in seria difficoltà. Ricordo ancora, il risultato era 1. L’avevo finita molto, troppo in fretta. Allora l’avevo risolta un’altra volta. Stesso risultato, non trovavo errori nel procedimento – ma, mi dicevo, almeno uno ci sarà. Per me era impossibile pensare che fosse così lineare. Intanto erano trascorsi i 50 minuti che avevamo per risolvere il compito, io l’avevo risolta altre venti volte, e dovetti consegnare, ricopiando quel procedimento, l’unico che mi era venuto in mente. Era giusta, scoprii dopo. Neanche un errore. Procedimento corretto, risultato corretto. Le equazioni non erano più un mio problema.

Dopo tutto questo giro di parole e questo racconto, che magari conoscevi già: ma non può essere che la nostra equazione sia giusta? Magari il risultato è così, un numero semplice e bellissimo. Non è che per forza deve dare quindici settantasettesimi, o zero virgola centonovantatrè periodico. Magari la nostra equazione è semplice, la sua soluzione è un numero normale, un due o un sette, niente di complicato. Può essere, no?

(Il Campari la aiutava sempre a sorridere, ma Georges molto di più.)

Non hai mai avuto nessun problema con nessuna equazione, vero?

(Intanto era già il tramonto, e le luci erano tutte arancioni, come il ghiaccio dentro i loro bicchieri ambrati di liquore.)

Mai.

Ti amo, lo sai?

Georges sfacciatamente dice sì, ancora una volta.

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