The Sound of Silence

Arrivò il momento in cui si fece abbastanza coraggio da chiedere se quella roba dell’ultimo desiderio si facesse davvero. Lo chiese sottovoce, fissando la rete del letto sopra il suo, quasi sperando di non essere udito.

Sì, è tutta roba vera. È come un film, però dalla parte sbagliata del divano.

Mi sembra precisamente il momento opportuno per fare dell’ironia, grazie tante.

Figurati. Non mi sforzo mica, mi vengono da sole. Sai già cosa chiedere?

Sì, lo so dal primo momento.

L’ufficio del direttore era stretto e puzzava di cenere, di piume e di umido. L’odore di cenere proveniva da una tazza, piena per metà d’acqua nera e affollata di mozziconi; l’odore di piume dal fondo di una gabbia, abitata da un grosso pappagallo brasiliano che nessuno aveva mai sentito parlare; l’odore di umido dalla giacca del direttore, un sessantenne divorziato con gli occhi buoni. Ora fissano gli occhi di H., aspettano una risposta.

Hai già deciso, ragazzo?

Sì, da tanto.

Vediamo se posso accontentarti.

Voglio un pianoforte a coda, nella stanza. E una donna che canti. Non voglio morire in silenzio, direttore.

Sarà una bella fatica trovare una donna disposta a cantare durante un’esecuzione, ci hai pensato? Per il piano potremmo organizzarci. Ma una donna che canti, davvero non saprei.

Non una donna qualsiasi, signore. La cantante ci sarà, se ci sarà un piano. Le chiedevo il permesso per farla entrare.

Be’, in tal caso non ci dovrebbero essere problemi. Hai delle richieste particolari sul brano da eseguire, i tempi, la durata? C’è un pezzo in particolare che vorresti ascoltare?

Saprà lei cosa fare e come. Fatemi ascoltare almeno il primo minuto e mezzo, poi decidete voi quando…be’, insomma, ha capito.

D’accordo, figliolo.

A un paio di isolati dal carcere, J. riceve una telefonata. Indossa il vestito bianco preso a noleggio per l’occasione. Le lacrime le scorrono sugli zigomi, si impigliano sulle labbra e scivolano lungo il collo, si infrangono sulla collana d’oro bianco. Esce di casa, la neve le sferza il volto. Sale sul taxi, guarda fuori e si sente impotente, piccola e smarrita. Non smette di lacrimare silenziosamente fino al capolinea. Poi, una volta scesa, il vento le asciuga gli occhi e non c’è più tempo per piangere. Si muove rapida e sicura fra i corridoi anonimi della struttura, al tempo ritmato dei suoi tacchi. Non ha bisogno di chiedere informazioni, procede spedita fino all’ufficio del direttore. Bussa, saluta e chiede di essere accompagnata fino al luogo in cui avverrà l’esecuzione.

Una richiesta sola, prima che apra la porta. Posso?

Certo, signora. Chieda pure.

Mi chiami solo Jane, la prego. Vorrei che lo bendaste.

Se posso permettermi, Jane, pensavo facesse piacere a te e al tuo ragazzo guardarvi per l’ultima volta. Lui non ha parlato di nessuna benda sugli occhi.

Non è il mio ragazzo, signore, non lo è mai stato. Sono qui perché tempo fa ho fatto una promessa.

È l’ultimo desiderio di un uomo, signora, non posso decidere senza avere il consenso del condannato.

Allora gli dica che oggi ci sarà una doppia esecuzione. Se si benderà, glielo dica, ucciderò per lui il silenzio. Lui obietterà, mi vorrà guardare, dirà di no. Ma lei, direttore, insista. Gli dica: “Perché possa essere ucciso, il silenzio ci deve essere. Che silenzio sarebbe mai, con gli occhi aperti?”. Lui saprà. Gli dica così, signore. La prego.

Dentro la sala, i convenuti videro il direttore sussurrare all’orecchio del colpevole, il colpevole rattristarsi e arrabbiarsi, il direttore sussurrare ancora, il colpevole sorridere e rispondere qualcosa. Il direttore chiese poi una benda nera e la strinse sugli occhi del colpevole.

Dalla porta si affacciò una guardia, chiamò Jane, che era di spalle, e Jane entrò, dopo aver salutato educatamente.

La guardia incrociò lo sguardo di lei ed ebbe come un flash del suo primo giorno di scuola. Gli scorse un brivido lungo la schiena.

Jane sfilò elegantemente fino al piano, si sedette e cominciò a suonare. Certe note i bianchi non le hanno ancora scoperte, non sapranno mai come metterle dentro le dita. Ma Jane non era bianca, e aveva nelle mani la giusta rabbia, abbastanza tristezza, l’esatta dose d’amore per ammazzare tutti i silenzi del mondo. Tutti i silenzi di tutti i testimoni, di tutti parenti delle vittime, di tutte le guardie, li uccise. E poi cantò, lentamente e senza sforzo, cantò magnificamente.

Il direttore pensò che quella donna avrebbe potuto cantare ovunque, in qualunque momento, e tutto sarebbe sembrato meno difficile.

H. fu ucciso durante l’esecuzione di una musica che a tutti parve infinita, e che solo per lui lo divenne realmente. Uscendo, Jane lo accarezzò.

Più di una persona, nella stanza, pianse.

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