Camellia sinensis

Tempo fa, i fratelli R. avevano inventato un loro rito familiare.

Spesso vedevano il padre rientrare ubriaco e picchiare la madre, ogni volta si disperavano e si facevano forza abbracciandosi, nascosti nel buio della loro cameretta. Allora, appena lui si addormentava sul divano, di quel sonno ingiustificato e malvagio, correvano dalla madre per consolarla. All’inizio lei si vergognava di farsi vedere con le lacrime agli occhi e le labbra spaccate. Ma i due ogni volta provavano a farla stare meglio: lei finì così per essere accudita dai propri bambini. E insegnò loro un buon modo per sentirsi meglio.

Dopo ogni pestaggio, i tre mettevano a bollire dell’acqua, prendevano una tazza per ciascuno, una bustina di tè nero a testa, lo zucchero. Preparavano tutto in cucina, in assoluto silenzio per non svegliare il mostro, tutti e tre assieme. Ma il tè lo bevevano in una piccola soffitta, con il solaio basso e una finestra che dava sulla campagna. Lì potevano parlare a voce alta, ed era il momento giusto per sentirsi bene. Ognuno raccontava di un fatto che gli era capitato durante la settimana: in genere qualcosa di molto triste o molto bello. La madre diceva che certe cose meritano di essere condivise più di altre.

Resistevano così alla disperazione.

Il padre morì giovane, durante una rissa in un bar: una sprangata un po’ troppo forte, pochi giorni d’ospedale, nessuno a prendersene cura, morì arrabbiato. I due fratelli e la madre non smisero però di bere il tè assieme: c’è sempre da condividere; c’è sempre qualche disperazione, anche se molto piccola, dalla quale sfuggire; c’è sempre qualche bellezza, anche se invisibile, che non si può tenere solo per sé. E così diventarono grandi e accompagnarono la madre fino al suo ultimo respiro. Morì con un sorriso e fu lei a chiudere gli occhi. Nella bara suoi figli misero una bustina di tè.

Molti anni dopo, il più piccolo dei fratelli ricevette una telefonata.

C’è una cosa che devi sapere prima di chiunque altro, metto dell’acqua a bollire?

È una cosa molto bella o molto triste?

Bellissima.

Si trovarono allora di fronte a una tazza di tè, per l’ennesima volta, ma dopo tantissimo tempo.

È una buona idea, questa del tè. Molto nostalgico, a effetto: bravo. Immagino si tratti di qualcosa d’importante, no?

A maggio mi sposo.

Tu devi essere fuori di testa. Ma ti sembra il caso di dirlo con così tanta calma? È una notizia fantastica! Dai, versa questo tè e dammi tutti i dettagli: come gliel’hai chiesto? Dov’eravate? A che macchina stai pensando per arrivare in ristorante? Quanti invitati? Festa del celibato la organizzo io, sia chiaro…

Non gliel’ho chiesto, l’abbiamo deciso insieme.

Ok, non è il massimo del romanticismo, ma va bene comunque, è una bellissima notizia. Congratulazioni, fratellone.

Per il resto siamo d’accordo su tutto, c’è poco da organizzare. Sarà una piccola cerimonia privata, pochi invitati e un ricevimento modesto qua a casa.

Perché? Dai, non scherzare. E togliti quella tua solita faccia da bibliotecario annoiato, devi prepararti a vivere il giorno più bello della tua vita! Animo, su.

Non so, non è che mi senta troppo preso, in realtà. Lo voglio fare, non ho dubbi, eh. Però sai, è come se lo debba fare, come se fosse il finale giusto per la nostra storia. Ti fidanzi, ci stai bene, ti sposi. Funziona così, giusto?

Toglimi un dubbio: dobbiamo parlare di una cosa bellissima o di una cosa molto triste?

Decidiamolo insieme.

Perfetto. Iniziamo da qui: perché ti vuoi sposare?

Te l’ho detto, mi sembra la scelta migliore da fare.

Ti rivelo un segreto, ascoltami: non esiste una scelta migliore o peggiore, quando si parla di sentimenti. Ci sono scelte che ti rendono felice e scelte che ti accontentano. Quindi, ti chiedo di nuovo: vuoi sposarti perché sai che ti renderà felice?

Che domanda è? La felicità mica si ottiene con un matrimonio. Vedremo poi, se saremo felici.

Allora sposati e aspetta. Aspetta come hai sempre fatto, ma per me quello è solo un modo di accontentarsi. Stare seduti a leggere un libro e contemplare il mondo, stare a guardare la propria vita e dirsi quant’è bella. Non è felicità e mi dispiace per te, se la pensi così.

Io non ho detto questo: io mi sposerò e dopo sarò felice. E di questo sono convinto.

E invece io la penso così: non c’è felicità se non c’è stanchezza. E tu hai fatto poco per stancarti. Mai un litigio, mai una corsa, mai un bagno al mare. Solo i tuoi libri e lei, la donna della tua vita con la quale progetti e progetti senza mai andare a prenderla a casa, mai portarla in viaggio, mai togliere del tempo ad altro. La tua vita impostata come un romanzo, e non hai neppure il coraggio di esserne il protagonista. Non è così che siamo diventati grandi: ogni gradino della scala in mansarda era una sfida contro il silenzio e contro la paura. Arrivavamo stanchissimi e con i nervi a pezzi, ma eravamo felici. Forse a un certo punto ti sei sentito arrivato e hai deciso di fermarti a riposare, ed è lì che hai dimenticato com’è che si fa ad essere felici. Mai più speso per qualcun altro, mai più stanco, mai più sforzi. La felicità non è inerzia. Non sposarti, non ancora.

L’altro lo guardava cercando di appigliarsi a un particolare sbagliato, che lo rendesse un po’ meno colpevole. Ma di fatto non c’era nessun errore. La sua vita era come un aspettare, come uno sterile contemplare. Prendeva decisioni minime, e davvero si sentiva arrivato. E ciò che più lo turbava era la calma nelle parole del fratello, lucide e sincere.

Il loro era un rito difficile come crescere, avevano imparato a non abusarne. La verità contenuta in quelle tazze da tè era tanta, difficile da bere per una persona sola. Ma avevano imparato a farsi famiglia e questo, a ben vedere, è un gran bel modo di essere felici.

Felicità è avere qualcuno per cui stancarsi, senza stancarsene mai.

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