Serenità

Possiede un bel giardino in cui i bambini della famiglia giocano da generazioni.

Ci ha giocato anche lui, molti anni fa. Adesso si limita a stare dietro la vetrata che dà sul giardino, con le mani dietro la schiena, come ogni anziano; a giocare con la fantasia ad inventare storie, come ogni ragazzo.

Oggi è sabato, sua figlia e il marito sono fuori città per un noioso convegno di dentisti, suoi nipoti invece sono fuori a giocare. Fuori in giardino, dico; oltre la vetrata a farsi guardare.

Non è una bella giornata: lui lo sa da stamattina, che pioverà – il solito dolore all’anca.
Ma non lo dice ai nipoti. Li lascia fuori e pensa:

No, non glielo dirò. Io darei via tutto ciò che ho, se potessi risentire un’altra volta quella sensazione lì, quella che vivono loro. Giocare fuori, con le unghie incoronate dal nero del terriccio e le mani puzzolenti di polvere, l’odore dell’umido che inebria e spaventa, così familiare e così nefasto, presagio di acqua che ti manderà dentro casa a momenti. E allora sentirsi in bilico, giocare fino all’ultimo, prima che qualcuno da dentro si accorga della prima goccia, che ti ha già bagnato la punta del naso. Con la rassegnazione di un bambino ubbidiente, senza rattristarmi, giocherei e giocherei, di tanto in tanto alzerei lo sguardo verso il grigio, aspettando il peggio senza averne paura. Con la serenità di un bambino che sa: tornerà il sereno. Questa sarebbe una buona morte, credo la meritino i saggi. Come se stesse per piovere, ma se anche piovesse dirsi: piove su tutti i giardini del mondo.

Li lascia fuori, ma per poco. Poi comincia a piovere per davvero, si sentono i tuoni in lontananza, le gocce cambiano il colore dei vestiti, lasciando piccole macchie scure.

Rientrano a malincuore e si siedono sulle grandi poltrone della sala.

Il nonno si accomoda sulla grande poltrona a dondolo, vicino a una finestra dalla quale si intravede la strada. Guarda giù e pensa:

Racconterò loro una storia. Del mio amico e di come ci siamo conosciuti. Di come abbiamo litigato una volta per tutte e non ci siamo più guardati in faccia. Capiranno che le cose belle finiscono, e quante ce ne sono altrettanto belle: forse saranno meno tristi e per un po’ non penseranno al giardino. Le storie aiutano sempre.

Racconta una lunga storia e riesce a farsi ascoltare – non è roba da tutti. Intanto è passata la serata, e non ha smesso di piovere. Hanno cenato tutti, i bambini sono a letto. È l’ora del libro, l’ora del silenzio.

Silenzio interrotto d’un tratto da un bisbiglio.

Nonno, non riesco a prendere sonno.

Come mai? (porta gli occhiali sulla punta del naso e guarda verso il soppalco dal quale si affaccia un pigiama di otto anni con i capelli neri)

Mi dispiace, per quel tuo…be’, ex amico. Magari lui è triste quanto te, ci hai mai pensato?

Tante volte. Ma è passato così tanto tempo, ormai non credo ci rincontreremo più: certe persone non sono destinate a far parte della nostra vita, tutto qui. E poi abbiamo avuto i nostri bellissimi momenti, non ho perso nulla: è tutto nel mio cuore.
(perplesso)Io i miei amici li ho scelti per giocarci insieme. Così loro sono nella mia vita?

Per ora sì, certo.

Ma io ci voglio giocare sempre.

Allora giocherete per sempre, non preoccuparti.

Quindi dici che lui non vuole più giocare?

Non credo che voglia, no. Ora va’ e dormi, non c’è niente di cui dispiacersi per me. Tranquillo.

Aveva mentito, tant’è che ora non riusciva ad andare avanti, con quel libro. Pensava:

Domani busserò alla sua porta.

In effetti il giorno dopo andò a casa del famoso amico perduto. Bussò timidamente, sentendosi inappropriato e spaesato. Aprì un volto noto che esplose in un sorriso. Non era perduto affatto e neppure cambiato troppo. Fuori pioveva, molto meno del giorno prima – nessun dolore all’anca, smetterà presto.

Pensava:

Non succederà più, non ci allontaneremo più.

E l’altro pensava:

Ti stavo aspettando.

Si abbracciavano e non mentivano.

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