Ricetta sbagliata

Ingredienti per una persona – sola:

70 gr di riso

50 gr di carne macinata (bovino-suino misto)

1 cipolla

280 gr di pomodori pelati

Olio, sale e basilico q.b.

Salve, avrei bisogno di un po’ di carne macinata.

Certo. Quanta?

Poca, faccia un etto di misto.

Ecco a lei, paga alla cassa.

Grazie, arrivederci.

Buona serata.

Il resto ce l’aveva a casa.

Prima ancora di mettere in frigo la carne, preferiva lavarsi le mani. Indossava poi una maglietta che non poteva più essere mostrata in giro, da poter sporcare senza pentimenti – non la sporcava mai, in realtà. E nell’attimo che intercorreva fra lo sfilare la camicia e l’indossare la maglietta, stava di fronte allo specchio e rifletteva sulla necessità di curarsi un po’ di più. Una volta in cucina cominciava.

Innanzitutto i 50 grammi di carne in eccesso vanno riposti in frigo.

Va preparata una pentola con un fondo d’olio.

La cipolla andrebbe sminuzzata e fatta a cubetti, ma preferiva grattugiarla – perde di sapore, dirai: e pazienza.

Quando la cipolla è pronta si deve accendere il gas del fornello sul quale si è disposta la pentola con l’olio. All’inizio a fuoco alto.

Si butta la cipolla, preparata nel modo in cui si preferisce, nell’olio caldo. Una volta fatta dorare, si aggiunge la carne.

Intanto occorre macinare i pomodori. La passata che si ottiene si versa nella pentola del soffritto quando la carne è abbrustolita.

A questo punto potrebbe essere necessario aggiungere dell’olio; sicuramente è il momento giusto per salare il sugo che si va preparando.

Si attende l’ebollizione del sugo e si abbassa il gas.

Segue una ventina di minuti in cui il sugo si addensa. C’è il tempo per riordinare il tavolo appena sporcato, lavare le stoviglie che non serviranno successivamente per consumare il pasto, accendere lo stereo e ascoltare della buona musica. È bene iniziare a dosare il riso – usava un bicchiere, in genere: ogni due bicchieri si mangia in tre, quindi ¾ di bicchiere per una persona bastano e avanzano. Però ne riempiva comunque uno intero, si sa mai la fame di notte, all’improvviso.

Trascorsi quei venti minuti, dicevo, si aggiunge il basilico. Poi il riso. E dato che ci sarà bisogno, di tanto in tanto, di aggiungere dell’acqua bollente e salata, va preparato un pentolino in cui farla bollire.

Il riso si cuoce a fuoco lento, aggiungendo l’acqua ogniqualvolta ci sia il rischio che il riso si attacchi al fondo della pentola.

Non ci si può esimere dal mescolare continuamente il riso: è un lavoro noioso, ma garantisce un buon risultato finale.

Passano almeno altri venti minuti e il riso è pronto. E in quei minuti finali, in cui mescolava e mescolava, vi garantisco, pensava tanto.

Ci sono situazioni che ti mettono spalle al muro contro te stesso, e non c’è modo di fare silenzio. Un gesto da tempo diventato meccanico è come una trappola. Se non pensi a ciò che fai, pensi a ciò che sei; spesso è un problema.

Era sola da tempo e già questo basterebbe. Ma era rimasta sola dopo anni passati con un’altra persona: e qui ce n’è d’avanzo, per avere qualcosa su cui impegnare la mente e il cuore. Ormai durava poco, un’ora al giorno al massimo, aveva molti impegni fra lavoro e università e molte occasioni per divertirsi. Un’ora bella piena, diluita nella giornata, ma un’ora soltanto.

Appena il riso è pronto spegne il gas e apparecchia. Per lei soltanto. È un buon riso e non se ne stupisce, le riusciva bene da sempre. Lo mangia quasi tutto, il restante lo conserva in un piccolo recipiente coperto dal cellophane. Lava i piatti, scuote la tovaglia fuori dal balcone e si accende una sigaretta. La fuma, torna dentro, si lava i denti e si mette a letto – alla doccia avrebbe provveduto domani, prima di uscire per andare a lavorare.

Non so voi, io non prendo mai sonno in fretta. E neppure lei, stanotte. Forse per via del riso, forse per tutto lo spazio superfluo di un letto troppo ordinato e troppo profumato, forse per il lavoro, forse per la sigaretta che non doveva fumare, forse per una foto. Lei è convinta sia per via della foto, stanotte. Le altri opzioni neppure le prende in considerazione. Prende la foto dal cassetto del comodino, invece. È in bianco e nero, di un paio d ‘anni fa, e dentro c’è un uomo che ride senza guardare nessuno – non so voi: a me le foto, e quella foto in particolare, danno quell’impressione; di vuoto in uno sguardo felice. È dentro una cornice minima e il vetro la opacizza e genera un riflesso che non permette di osservarla bene. Ma tanto a lei interessa solo parlarci, e anche per poco. Non c’è bisogno di guardarla, la foto la conosce bene – l’uomo in bianco e nero forse non più.

– Mi manchi parecchio. Lo sai?, oggi alla stazione ne ho visto due come noi, è per questo che ho fatto il riso. E ne ho cotto troppo apposta, così l’oggi che mi parla di te finisce domani. Ti dicevo: c’era una ragazzina, avrà avuto diciott’anni, biondina; e il suo ragazzo, moro e forse più piccolo di lei, con poca barba. Si sono salutati alla partenza del treno delle 8e10 e appena il treno è partito, con lui dentro, si sono telefonati. Hanno parlato per una cinquantina di metri guardandosi negli occhi e a me è sembrato un gesto dolcissimo.

– Ma a chi parlo, a questa foto grigia? Forse non è la foto, forse è l’odore del riso. Forse quando una mancanza prende forma diventa un profumo, oppure un colore. Per me è così, a quanto pare. Mi manchi così: come questo nostro profumo che respiro da sola.

Poi il sonno arriva, per tutti. Anche per chi fra le mani ha il volto di un uomo che guarda verso il nulla e continua a sorridere. Anche per lei, sì. Che rivive in un sogno verissimo i fari di un camion e un clacson impazzito che arrivano da sinistra, non rallentano e anzi aumentano, uno sguardo vuoto che le sorride, e urla e grida e paura, e un ospedale bianco e un medico triste che si sfila gli occhiali e abbassa il capo: “mi dispiace”.

Per lei, ma non oggi, che dopo quel sogno non può che alzarsi di scatto, aprire il frigo, prendere il contenitore e mangiare avidamente quel riso, seduta per terra, gambe incrociate e frigorifero spalancato, unica luce – senza smettere per un secondo di piangere affannosamente.

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