Un’ordinata arroganza

In un testo è fondamentale l’uso del punto fermo. Isola i concetti e le situazioni. Assegna un ritmo alla lettura. Mette in ordine. Fondamentale.

Se ne sta lì, alla fine di tutto, solo per dire: basta. Vedi? Lo leggi e non c’è spazio di replica, la frase è finita lì. Non è mica come la virgola, educata. Lei lascia libero uno scarto, ti dà il tempo di respirare ma senza farti perdere il filo, è lì per far oscillare la lettura, t’impegna nello sforzo dell’interpretazione, allunga, diluisce e armonizza. Ma c’è sempre un punto fermo a stabilire quando è il caso di fermarsi, c’è poco da fare.

Quando poi rileggi, devi ammetterlo: era bene mettere un punto. Ma nel frattempo, alla prima lettura, è quasi un rivale. Se prendo un libro in mano, mi aspetto un andamento particolare. Può dipendere dal titolo, dalle impressioni sull’autore, talvolta dall’immagine di copertina o dai racconti di chi l’ha già letto, poco importa il motivo. In ogni caso ho una certa aspettativa: il punto è lì per smentirmi. Obbedisce esclusivamente alla logica, non cede alla tentazione di tenerti in sospeso e attento. Se ne frega di come stavi leggendo: quando incontri un punto devi fermarti, è la regola.

La chiamo “L’ordinata arroganza del punto”. Va contro tutti e dice stop, concludi. Contro lettori innamorati di una situazione e contro scrittori tentati dal diventare poeti. Con arroganza, ma ordinatamente. Qual è il senso del proseguire, dell’inventare nuove cose solo per separarle con delle virgole, del fare tutto in una volta, del comprimere all’impossibile tutto il bello del mondo? Ogni frase ha uno spazio da riempire e il punto è lì per dire cosa non ci starebbe. Oppure farsi forti dietro un punto esclamativo: davvero ne vale la pena? Le parole hanno la carica giusta per urlare anche se non hanno un punto esclamativo ad accompagnarle, il punto spinge lo scrittore a bilanciarne le forze.

Un punto basta a se stesso e alla frase che lo aspetta. Molti punti mettono in ordine. Molti punti al posto giusto conferiscono un senso alla lettura. È difficile ammettere l’utilità di un arrogante, soprattutto quando ti fa notare con leggerezza quanto abbia ragione. Eppure c’è bisogno di chi sa guardarsi attorno ed è in grado di fermarsi quando le cose rischiano di precipitare. In fondo, il punto dà modo ad altre frasi di farsi avanti, la sua è una cortesia velata di arroganza. A volte è bene porsi dei limiti ed evitare di scivolare nell’inopportuno.

Ci sono persone che sono come virgole e insieme si muovono benissimo. Sono forse un po’ insicure, non sanno bene dove inizi e finisca il loro mondo, lo vivono dal centro. Si tengono la mano e arrivano da una parte all’altra delle frasi difficili che la vita pone loro di fronte. A me fanno tenerezza e le apprezzo, perché tengono insieme i pezzi nel disordine, tutte insieme e fino alla fine. Ma poi, quando una fine arriva non sanno bene cosa fare. Si perdono nelle loro insicurezze e non capiscono se sia il caso di smettere, rischiano quasi di perdersi.

Ci sono individui che sono come punti, invece. Sembrano lontani dalla vita, sembra di vederne solo uno ogni tanto. Guardano il mondo giocare e sorridono alla leggerezza delle virgole. Quando il gioco comincia a diventare noioso intervengono, e la loro è una presenza forte. Inizia poi un gioco nuovo: altre virgole si prendono per mano e si godono il momento senza comprenderlo, un altro punto arriverà per dire basta e dare un senso al giocare. Sono come sentinelle, arroganti per non mostrarsi deboli.

Vorrei più individui che siano come punti. Non parlo della mia vita, penso ce ne vogliano di più in generale. Chiunque parla, da sedicente esperto, di qualsiasi cosa – ad esempio. Mettiamoci un punto, invece: sei esperto di questo, parlane. E poi basta, però. Nessuno ha abbastanza virgole per reggere un discorso che parli di ogni argomento. Dopo poco gli ascoltatori si stufano, i lettori si perdono, tu pateticamente riaggomitoli una frase lunghissima per cercare di darle un taglio nuovo. Uno spettacolo a dir poco patetico, un gioco in cui neppure le virgole si divertono più.

O il limite che si cerca di raggiungere sempre e a tutti i costi, per il solo gusto del limite. Di una tristezza infinita: quanto più bello sarebbe fermarsi. Anche alla fine di una frase sconclusionata, se proprio di meglio non si riesce a concepire. Però poi voltarsi, rimirarla e apprezzarla. Vite vuote a correre seminando virgole a caso, senza ricordarsi dove si era iniziato, senza sapere come si finirà.

Apprezzo chi conosce la propria via e la percorre sapendo quando fermarsi. Ammiro gli scrittori, quando trovano il coraggio di mettere un punto. Arrestarsi per ripartire. Mettere un punto per costruire daccapo. Dare fiato a nuove storie, farsi da parte, concedersi una pausa per fare di meglio. Dopo ogni punto c’è sempre uno spazio, e lì c’è tutto il tempo di inventare nuove storie. Una per volta, avanti fino all’ultimo punto.

L’ordinata arroganza del punto lavora per l’insieme, la spensieratezza della virgola gode dell’istante.

Giovanni Gusai

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